Quando faccio musica

IMG_20200526_205523_818Cerco di descrivere quello che provo quando faccio musica.
Non intendo quando suono degli spartiti o quando voglio scrivere una canzone, ma mi riferisco a quei momenti in cui sono da solo in una stanza e prendo in mano la mia chitarra e, nel silenzio, comincio a suonare.
Inzio a pizzicare qua e la, senza struttura.
Un corda, un tasto, forte, piano, breve, lungo.
Una nota, un accordo, poi una melodia. Le note inziano ad agganciarsi da sole, man mano, e vado avanti.
La stanza intanto diventa più calda e si riempie sempre più di materia.
Il suono diviene più limpido e prende forma e, a un certo momento, senza che me ne renda conto, comincia la fusione!
I nostri corpi si intersecano, i ruoli si scambiano ed io divento il suo strumento, è lei che suona me, si impossessa del mio corpo, è la mia chitarra che fa musica ora usando me come strumento, pizzicando e liberando le note imprigionate nell’animo offuscato dal mondo.
Nel frattempo il giorno diventa notte, ma non avverto il passare del tempo. La stanza diventa buia ma io continuo a vedere.
Forse dovrei mangiare, ma non ho fame.
Forse dovrei bere, ma non ho sete.
La punta delle dita diventa rossa, poi nera, ma non sento dolore, anzi.
Sono drogato, sono in estasi.
I miei occhi sono spalancati ma io non sono più nella stanza, sono altrove.
E’ uno stato di grazia incantata, è un orgasmo, è un overdose di piacere, intorno a me c’è solo colore, non vi è spazio, non vi è tempo.
Sono passate parecchie ore e molto lentamente torno alla realtà. Mi sento come dopo avere fatto l’amore, quel senso di abbandono del corpo, quella sensazione di beatitudine.
Mi accendo una sigaretta sul balcone davanti alla città ma non la vedo perchè non sono ancora tornato.
La musica risuona nella mia testa, nei miei occhi vi è uno sguardo perso.
Sento ancora i sui baci, le sue carezze.
Sto ancora viaggiando.
Questo è quello che provo quando faccio musica.

Marco

 

 

Milano in mascherina

Milano 25/02/2020 – Diario di bordo

Siamo giunti ormai al terzo giorno di peste bubbonica… sui mezzi pubblici ci si scruta l’un con l’altro cercando di schivare gli sguardi e gli untori ma, allo stesso tempo, attenti a non lasciarsi sfuggire uno starnuto galeotto onde evitare di essere prelevati da monatti o giustizieri improvvisati.
Schivo me ne vo’ per la mia strada e un supermercato appare all’orizzonte; “Sarà forse depredato anch’esso?” mi domando… con curiosità mi avvicino e con meraviglia scorgo una luce di normalità! Tutti i prodotti al loro posto, tre o quattro persone a comprare, come un giorno qualsiasi.

Allora mi avvicino ed entro; colgo qualche mela e mi avvio tra gli scaffali dove nulla manca. “Forse un trucco?” mi domando “o una trappola per oscuri atti di cannibalismo?”. Pago le tre mele e mi soffermo a interloquire col gestore. “Vedi – lui mi dice – ciò che scorgi e che tanto ti sorprende é perché se tu compri una confezione di uova io te la vendo. Ma se tu vieni e mi prendi 10 confezioni di uova e 40 litri di acqua per fare la scorta come in guerra io ti caccio via e non te li vendo perché devono bastare per tutti; e la tua fobia non può portare via tutto e non lasciare neanche una confezione a un’altra persona. Vuoi la mascherina? Io te ne do solo una e non 50”.

Lo ringrazio e lo saluto, e un sorriso mi sovviene. Ecco dunque la normalità: questa é Milano, quella di chi ama la propria città e che ha un senso di identità e di comunità.
E non i lagnosi barbari saccheggiatori individualisti.

Milan l’è semper un grand Milan!
Anche con la mascherina.

Bocche vuote

Percorro strade secondarie per sottrarmi agli occhi dell’indifferenza,

alzando mura intorno all’isola deserta della mia diffidenza.

Ma lascio scorrere lo sguardo,

per alcuni istanti.

Tuffato nel nero oceano fino ad annegare,

a volta mi lascio trasognare da qualche vecchio film.

Ma ora si chiudono le palpebre mentre rimango aggrappato alle tenebre,

adagiandomi sul dilatar del tempo.

La memoria si offusca e le parole mute,

ora, lasciano solo bocche vuote.

Diciassette minuti

Diciassette minuti. Questo era il tempo di attesa indicato dal display alla fermata dell’autobus. Alle 13:30 non sarebbe potuto essere altrimenti visto che a quell’ora i passeggeri alla fermata sono sempre pochi, anzi, pochissimi. E infatti ero l’unico passeggero in attesa sotto la pensilina. Non avevo con me né libri né giornali; solamente il cellulare. Pensai dunque di leggere qualche notizia o chattare come tutti.

Pochi istanti dopo però si avvicino un signore distinto, di età oltre la settantina, con un paio di baffi, un ombrello, un cappotto verde e un cappello con visiera dello stesso colore. Appena ebbe letto i minuti d’attesa sul display esclamò una battuta sarcastica ma con molta posatezza. Non sembrava avesse particolare fretta. Ribattei commentando che a quell’ora era normale la lunga attesa. Poi mi congedai e mi allontanai di qualche metro per non disturbarlo accendendomi una sigaretta ma lui ribatté che non aveva alcun fastidio in quanto era un ex fumatore.

Allora riprendemmo a parlare e iniziò a raccontarmi di una sua vecchia passione per i sigari e per la pipa. Da lì ci scambiammo opinioni sui vari tipi di tabacchi e mi narrò delle miscele di tabacchi non trattati che preparava negli anni 80 e delle tipologie che era possibile trovare all’epoca. Mi raccontò poi di quando da ragazzo andava a comprare le sigarette di contrabbando allo spaccio americano a Livorno, sua città di origine e da lì cominciammo a parlare di quel tratto di costa e delle diverse possibilità di escursioni via mare finché, purtroppo, arrivò l’autobus e dovemmo salutarci per riuscire a salire a bordo. Peccato avere avuto così poco tempo!

Nessun social, nessun giornale, nessun libro potrà mai raccontare con la stessa intensità la vita delle persone come le persone stesse. Come quando il mese scorso, sul tram, un signore di quasi novant’anni – che sembrava un sessantenne – mi raccontò frammenti molto interessanti della sua vita che spiegava uno dei probabili motivi della sua smagliante forma fisica.

Ognuno ha una storia da raccontare.
Ognuno ha una storia da ascoltare.
A volte basta solo alzare la testa e sorridere a chi si incontra.